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Angelo Merlino. La no­mi­na al Par­co del­le Ma­do­nie è sta­to come un ri­tor­no a casa

Al­l’i­ni­zio di giu­gno si sono com­ple­ta­te le pro­ce­du­re per la no­mi­na dei Pre­si­den­ti dei Par­chi re­gio­na­li del­la Si­ci­lia. An­ge­lo Mer­li­no è sta­to po­sto alla gui­da del Par­co del­le Ma­do­nie. È ori­gi­na­rio del­la pro­vin­cia di Mes­si­na, ha 38 anni e tra i pre­si­den­ti è il più gio­va­ne. È an­che quel­lo scien­ti­fi­ca­men­te più qua­li­fi­ca­to, aven­do con­se­gui­to il Dot­to­ra­to al­l’U­ni­ver­si­tà del­la Tu­scia, a Vi­ter­bo, e aven­do poi a lun­go col­la­bo­ra­to, in di­ver­si pro­get­ti di ri­cer­ca, con il Di­par­ti­men­to di Agra­ria del­l’U­ni­ver­si­tà Me­di­ter­ra­nea di Reg­gio Ca­la­bria, dove si era lau­rea­to in Scien­ze fo­re­sta­li e am­bien­ta­li. Per la for­ma­zio­ne uni­ver­si­ta­ria, pri­ma, e poi per la­vo­ro ha gi­ra­to l’I­ta­lia e si po­treb­be dire che la sua è la sto­ria di un “cer­vel­lo” che, una vol­ta tan­to, tor­na casa. Ne ap­pro­fit­tia­mo per in­ter­vi­star­lo, cer­can­do di ca­pi­re qua­le pos­sa es­se­re il de­sti­no dei Par­chi na­tu­ra­li si­ci­lia­ni, la cui strut­tu­ra di go­ver­no va oggi ri­de­fi­nen­do­si. Ciò è im­por­tan­te, so­prat­tut­to in un pe­rio­do in cui dob­bia­mo reim­pa­ra­re, fi­ni­ta l’e­mer­gen­za Co­vid-19, un rap­por­to giu­sto con la na­tu­ra, co­glien­do an­che nel cam­po del tu­ri­smo l’oc­ca­sio­ne per im­ma­gi­na­re nuo­vi per­cor­si di svi­lup­po fon­da­ti sul­la va­lo­riz­za­zio­ne del­le ri­sor­se cul­tu­ra­li e am­bien­ta­li.

Dott. Mer­li­no, se do­ves­se con­den­sa­re in una sola pa­ro­la la sua idea di ge­stio­ne del Par­co, qua­le pa­ro­la sce­glie­reb­be?
«In ge­ne­re, quan­do si pen­sa a un par­co na­tu­ra­le, la pri­ma pa­ro­la che vie­ne in men­te è “con­ser­va­zio­ne”. È una pa­ro­la giu­sta, ap­pro­pria­ta, ma spes­so in­ter­pre­ta­ta male nel­le azio­ni con­cre­te, per­ché fi­ni­sce per sa­pe­re di “con­ge­la­men­to”, “cri­stal­liz­za­zio­ne”, “im­mo­bi­li­smo”. Sce­glie­rei in­ve­ce la pa­ro­la “cam­bia­men­to”».

Sia­mo spiaz­za­ti…Per­ché pro­prio que­sta pa­ro­la?«Per­ché le stes­se ri­sor­se na­tu­ra­li che un par­co deve tu­te­la­re sono or­ga­ni­smi e si­ste­mi vi­ven­ti. La vita è una di­na­mi­ca di cam­bia­men­to. Con­ser­va­re la bio­di­ver­si­tà, la vita nel­le sue di­ver­se espres­sio­ni, pone al­lo­ra la sfi­da di sa­per ge­sti­re il cam­bia­men­to se­con­do di­na­mi­che sane. La pa­ro­la “cam­bia­men­to” si lega an­che alla ne­ces­si­tà di una nuo­va vi­sio­ne che chia­mi at­ti­va­men­te in cau­sa le co­mu­ni­tà. Il Par­co non deve es­se­re vi­sto come un Ente che pa­ra­liz­za l’a­zio­ne del­le co­mu­ni­tà, che agi­sce solo “vin­co­lan­do”. Deve in­ve­ce pro­por­si come un la­bo­ra­to­rio di svi­lup­po so­ste­ni­bi­le, un am­bi­to pri­vi­le­gia­to di spe­ri­men­ta­zio­ne di fu­tu­ri pos­si­bi­li, una pre­fi­gu­ra­zio­ne del­la so­cie­tà di do­ma­ni. Con il Co­vid-19 ab­bia­mo ca­pi­to che un “do­ma­ni” ci sarà solo se l’uo­mo sa­prà ri­con­ci­liar­si con la na­tu­ra e sa­prà co­strui­re una so­cie­tà dove tut­ti han­no spa­zio vi­ta­le. Il Par­co po­trà fare tan­to per aiu­ta­re que­sto per­cor­so, ma tut­ti do­vre­mo cam­biar qual­co­sa».

Nel Par­co del­le Ma­do­nie ci sono tan­te ri­sor­se na­tu­ra­li da sal­va­guar­da­re, qua­li sono le più im­por­tan­ti?
«Le più im­por­tan­ti di­rei che sono quel­le “uni­che”, le più pre­zio­se per la con­ser­va­zio­ne del­la bio­di­ver­si­tà. Un solo esem­pio: al­l’in­ter­no del par­co ri­ca­do­no tan­ti im­por­tan­ti en­de­mi­smi, di cui il prin­ci­pa­le è rap­pre­sen­ta­to dall’Abies ne­bro­den­sis. Una spe­cie ar­bo­rea ra­ris­si­ma, in pe­ri­co­lo di estin­zio­ne. Al mon­do ne esi­sto­no solo tren­ta in­di­vi­dui al mon­do e sono tut­ti nel Par­co del­le Ma­do­nie, nel Val­lo­ne Ma­don­na de­gli An­ge­li, in ter­ri­to­rio di Po­liz­zi Ge­ne­ro­sa.  Non meno im­por­tan­ti sono la gi­ne­stra di De Mar­co (Ge­ni­sta de­mar­coi), la ro­ve­re di Po­mie­ri, per ar­ri­va­re an­che al le­pi­dot­te­ro Par­nas­sius apol­lo si­ci­liae, una far­fal­la diur­na che po­po­la i pra­ti di mon­ta­gna. Tan­te al­tre for­me di bio­di­ver­si­tà sono pre­sen­ti e si fa fa­ti­ca a elen­car­le tut­te. Su que­sto fron­te oc­cor­re­rà mo­bi­li­ta­re mol­te ener­gie, non solo in cam­po ge­stio­na­le, ma an­che per lo stu­dio, il mo­ni­to­rag­gio e la ri­cer­ca, sa­pen­do che ver­so le no­stre ri­sor­se na­tu­ra­li c’è già una gran­de at­ten­zio­ne da par­te del­la co­mu­ni­tà scien­ti­fi­ca in­ter­na­zio­na­le. Do­ves­si sce­glie­re una se­con­da pa­ro­la-chia­ve, di­rei “co­no­scen­za”. Dob­bia­mo co­no­sce­re me­glio le no­stre ri­sor­se per po­ter­le tu­te­la­re e va­lo­riz­za­re. Di pa­ro­le, così, ne ab­bia­mo già quat­tro: cam­bia­men­to, co­no­scen­za, tu­te­la, va­lo­riz­za­zio­ne».

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Da Pre­si­den­te, come vede il Par­co? Ha già pen­sa­to a qua­li sa­ran­no le pri­me at­ti­vi­tà da met­te­re in cam­po?«La mia per­so­na­le vi­sio­ne di Par­co è quel­la di un araz­zo. Quan­do guar­dia­mo un araz­zo ri­ma­nia­mo esta­sia­ti dal­la bel­lez­za del fron­te, del lato vi­si­bi­le. Spes­so però non ab­bia­mo ben chia­ro che sono gli in­trec­ci dei fili sul lato po­ste­rio­re, non vi­si­bi­le, a de­ter­mi­nar­ne tan­ta bel­lez­za. L’e­sper­to che ap­prez­za la qua­li­tà del­l’a­raz­zo, lo guar­da da die­tro, as­su­men­do il pun­to di vi­sta del­l’ar­ti­gia­no che lo ha rea­liz­za­to. Io vor­rei fare la stes­sa cosa. Poi­ché il Par­co lo fan­no le co­mu­ni­tà, tra le mie pri­me at­ti­vi­tà ci sarà quel­la di co­no­sce­re tut­te le com­po­nen­ti che “stan­no die­tro”, quel­le strut­tu­ran­ti, par­ten­do dai di­pen­den­ti, dai sin­da­ci dei co­mu­ni che vi ri­ca­do­no, dal­la real­tà del­l’as­so­cia­zio­ni­smo, dal­le agen­zie edu­ca­ti­ve, con­fron­tan­do­mi con i di­ver­si pun­ti di vi­sta ca­te­go­ria­li e con tut­ti i por­ta­to­ri di in­te­res­se, i co­sid­det­ti sta­ke­hol­ders, che ama­no il par­co. Si im­pa­ra a par­la­re ascol­tan­do. Così è an­che per l’a­gi­re. Vo­glio in­nan­zi­tut­to met­ter­mi in ascol­to».

La sua for­ma­zio­ne uni­ver­si­ta­ria e il la­vo­ro l’han­no por­ta­ta fuo­ri dal­la Si­ci­lia, come ac­ca­de a mol­ti gio­va­ni. Che im­pres­sio­ne le fa ades­so pre­sie­de­re il Par­co del­le Ma­do­nie, nel­la sua ter­ra? Le sa­ran­no uti­li le espe­rien­ze ma­tu­ra­te al­tro­ve?
«An­che io, come tan­ti, ho do­vu­to stu­dia­re fuo­ri. Non è sta­ta un’e­spe­rien­za dram­ma­ti­ca, anzi tut­t’al­tro. Sono nato e cre­sciu­to nel­la pro­vin­cia di Mes­si­na, ma gli stu­di su­pe­rio­ri li ho fat­ti al­l’U­ni­ver­si­tà Me­di­ter­ra­nea di Reg­gio Ca­la­bria. Era la sede più vi­ci­na con cor­si di Lau­rea in Scien­ze fo­re­sta­li e am­bien­ta­li. Ne ave­vo sen­ti­to dire un gran bene e lì ho con­se­gui­to la Lau­rea ma­gi­stra­le. Per me è sta­ta un’e­spe­rien­za for­ma­ti­va esal­tan­te che mi ha dato basi so­li­de, tan­to che poi ho po­tu­to per­fe­zio­nar­mi con il Dot­to­ra­to a Vi­ter­bo e tor­na­re a Reg­gio Ca­la­bria, al Di­par­ti­men­to di Agra­ria, per con­ti­nua­re a col­la­bo­ra­re in at­ti­vi­tà di ri­cer­ca con gli stes­si do­cen­ti che mi ave­va­no for­ma­to. La no­mi­na al Par­co del­le Ma­do­nie è sta­ta come un ri­tor­no a casa, non solo geo­gra­fi­co, ma an­che scien­ti­fi­co: la mia tesi di lau­rea l’a­ve­vo svi­lup­pa­ta pro­prio lì, nel Par­co. Ades­so, è in Si­ci­lia che devo por­ta­re quel­lo che ho im­pa­ra­to al­tro­ve. Per la­vo­ro ho avu­to la pos­si­bi­li­tà di vi­si­ta­re le fo­re­ste e i par­chi di tut­ta Ita­lia. Ho co­no­sciu­to tan­te “buo­ne pra­ti­che” che non dob­bia­mo ave­re ver­go­gna di im­por­ta­re, per­ché sono espe­rien­ze con­so­li­da­te di cui si sono già vi­sti buo­ni frut­ti. Per que­sto mo­ti­vo ser­ve an­che col­la­bo­ra­re con gli al­tri Enti Par­co, a par­ti­re da quel­li si­ci­lia­ni. Ho già un’i­dea in tal sen­so che po­treb­be es­se­re fa­cil­men­te ap­pli­ca­ta…ma non vo­glio sve­la­re nul­la».

Le co­mu­ni­tà che vi­vo­no nei par­chi han­no eco­no­mie spes­so fra­gi­li, alle qua­li il tu­ri­smo por­ta un po’ di os­si­ge­no. L’e­mer­gen­za sa­ni­ta­ria ha col­pi­to an­che lì. Cosa si aspet­ta per il dopo Co­vid-19?
«È già ar­ri­va­ta l’e­sta­te e le at­ti­vi­tà eco­no­mi­che, ora che in Ita­lia la si­tua­zio­ne sa­ni­ta­ria ap­pa­re meno dram­ma­ti­ca, sem­bra­no ave­re una len­ta ri­pre­sa. È im­por­tan­te che le mon­ta­gne del Sud non si spo­po­li­no ul­te­rior­men­te. Il tu­ri­smo ha aiu­ta­to le po­po­la­zio­ni a vi­ve­re me­glio, ma è tra i set­to­ri che nel­l’e­mer­gen­za ha sof­fer­to di più.  Il Par­co è un buon at­trat­to­re per for­me di tu­ri­smo so­ste­ni­bi­le, un tu­ri­smo sen­za con­fu­sio­ne, sen­za af­fol­la­men­to, che ama la tran­quil­li­tà ed è ami­co del­la na­tu­ra. Nel­la con­sue­ta al­ter­na­ti­va tra mare e mon­ta­gna pen­so che que­st’an­no la mon­ta­gna avrà qual­che esti­ma­to­re in più. Dob­bia­mo però far­ci tro­va­re pron­ti con un’of­fer­ta ben or­ga­niz­za­ta ed es­se­re bra­vi a far go­de­re nel modo giu­sto la bel­lez­za del pae­sag­gio, le ri­sor­se na­tu­ra­li, i pro­dot­ti e la cul­tu­ra dei no­stri ter­ri­to­ri. Vale per la Si­ci­lia tut­ta e dob­bia­mo im­pe­gnar­ci al mas­si­mo per con­fer­ma­re quan­to scrit­to da Goe­the “L’I­ta­lia sen­za la Si­ci­lia, non la­scia nel­lo spi­ri­to im­ma­gi­ne al­cu­na. È in Si­ci­lia che si tro­va la chia­ve di tut­to”. Il tu­ri­sta che guar­di su­per­fi­cial­men­te alla Si­ci­lia ten­de a sua vol­ta a fi­gu­rar­se­la come una re­gio­ne di spiag­ge as­so­la­te. Ma il cuo­re del­la Si­ci­lia sono le sue mon­ta­gne e i suoi bo­schi. È lì che si tro­va la chia­ve del­l’I­so­la. E di tut­to».

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